La capacità di una società di ricompensare e tutelare chi esce dal sistema produttivo dopo esserne stato protagonista e artefice rappresenta un importante indice di civiltà. Si può quindi affermare che in questi ultimi anni il nostro paese si è progressivamente incamminato verso un suo parziale imbarbarimento.
Il sistema pensionistico nell'ultimo decennio ha subito modifiche profonde e sostanziali. Non tanto e non solo per i tagli, che pure hanno prodotto una minor "spesa" (leggi più basse pensioni) per oltre 140.000 miliardi; ma per i cambiamenti strutturali introdotti quali: l'eliminazione delle pensioni di anzianità e del minimo di pensione, l'aumento dell'età di pensione, l'introduzione del sistema contributivo che lega la pensione rigidamente all'importo dei versamenti contributivi (conto economico di tipo privato). Frattanto la previdenza integrativa viene fortemente incentivata nella prospettiva di farla diventare in tempi brevi primaria e non complementare. Un situazione che mina profondamente la solidarietà categoriale, quella intercategoriale, quella tra lavoro privato e autonomo e, soprattutto, tra le generazioni.
Liquidando il sistema pensionistico pubblico e universale, rendendo "personale e soggettiva" la pensione si rompe ogni solidarietà, mettendo contemporaneamente a disposizione del mercato le migliaia di miliardi rastrellati con i fondi pensione.
L'attuale, e già ridimensionato, sistema previdenziale è sottoposto a continui pesanti e pressanti attacchi nel nome di una crisi ipotetica che dovrebbe cadere tra 25/30 anni. I motivi della crisi sarebbero la maggiore speranza di vita, la scarsa natalità e quindi un rapporto negativo tra occupati e pensionati con conseguente eccessivo e insopportabile costo delle pensioni. In realtà un maggior tasso di occupazione o un maggior aumento della produttività (prospettive possibili quanto auspicabili) porterebbero i conti più che in pareggio.
Ma l'attacco al sistema previdenziale non ha di mira soltanto le prospettive future del lavoratore, la sua vita da pensionato. Vi è inscritto anche un attacco diretto alla qualità della vita durante il medesimo periodo lavorativo. Il salario non si compone solo dalle voci iscritte in busta paga ma anche da quanto viene prelevato o accantonato per le tutele previdenziali e le pensioni. Come il costo da quanto è corrisposto al lavoratore in moneta e da quanto versano per la protezione sociale, altrettanto per il lavoratore la remunerazione reale non è solo il salario ma quanto viene accontonato pensione e TFR. Versamenti il cui utilizzo è differito nel tempo.
Ovviamente diminuire il "salario differito" ha un impatto immediato meno dirompente che diminuire quello corrente (orario, giornaliero, settimanale, mensile), ed è su quello differito che si sviluppa la pressione. Per impedire questo va recuperato e riaffermato l'elementare concetto di buon senso che è "salario" anche la pensione. Salario e pensione formano un tutt'uno articolato in vari momenti. Si parte da quando inizia il rapporto di lavoro, si ha una tappa nel "pensionamento", ed, in certi casi, si prosegue anche dopo la morte; con la reversibilità a favore del coniuge o figli minori.
Per queste ragioni, e giustamente, secondo le vecchie normative la pensione veniva rivalutata non solo in ragione del costo della vita ma in ragione anche degli aumenti salariali ribadendo così una continuità reale e tangibile con il rapporto di lavoro, e valorizzando il comune interesse tra lavoratore in attività e pensionato.
L'ultima legge finanziaria non ha fatto praticamente nulla per migliorare la situazione dei pensionati, e gli sbandierati provvedimenti si rivelano al'esame essenzialmente illusori.
La rimodulazione delle aliquote e l'allargamento della fascia esente (da 9.100.000 a 12 milioni) determina per tutti i contribuenti, un risparmio annuo. Esso sfiora £440.000 per un anziano che percepisca una pensione lorda di 20 milioni annui. Il risparmio è proporzionale e quindi crescente con l'aumentare dell'importo della pensione; ad esempio, il risparmio è di £1.500.000 per chi percepisce una pensione di 135 milioni annui. Ai pensionati con reddito inferire a £9.100.000 annui, esenti dal pagamento dell'irpef, è stato concesso un bonus, per l'anno 2000, di £200.000; £300.000 nel 2001. Ma non si deve dimenticare che dal 1995 al 2000 il prelievo fiscale sul monte pensione è passato dal 9,2% al 12%, cioè da 16mila a 26mila miliardi.
Si è concesso un aumento ai titolari di assegno sociale di £40.000 mensili, se di età superiore ai 75 anni, e di £25.000 se di età inferiore. I pensionati al minimo, che per la totale assenza di altri redditi hanno diritto alla maggiorazione sociale ricevono £20.000 in più se hanno meno di 65 anni; £80.000 con un'età tra i 65 e 75 anni; £100.000 se superano i 75 anni. Ricordiamo che la maggiorazione sociale non viene rivalutata annualmente e che il suo importo è fermo al 1988. Dunque l'aumento concesso non copre nemmeno l'erosione causata dall'inflazione in questi 12 anni.
C'è poi qualche novità sulla questione del cumulo pensioni/salari e pensioni di anzianità, questione estremamente complessa e che si presta ad usi perversi. Ora chi matura il diritto alla pensione di anzianità può rimanere a lavoro per altri due anni, senza subire trattenute contributive, cioè con un salario maggiorato di circa l'8%. Le aziende naturalmente risparmiano un bel 24%, in quanto anch'esse esenti dal pagamento della contribuzione. Riteniamo che la riduzione del limite di cumulo tra pensione e lavoro non contribuirà a far emergere il sommerso, così come l'incentivo a non andare in pensione certamente non contribuirà a far crescere l'occupazione. Anche se siamo convinti che i pensionati - una gran parte per necessità (bassa pensione) - , ma anche per legittima volontà di protagonismo, per capacità ed esperienza debbano poter svolgere delle attività, ma questo deve avvenire senza sottrarre lavoro ai giovani e senza favorire le imprese. Proponiamo percorsi specifici e forme di occupazione parziale in supporto all'ente locale, alla scuola o nell'ambito di determinati servizi ed attività sociali.
A fronte di ciò niente si è fatto per combattere la vera grande piaga infetta del nostro sistema previdenziale, la vera anomalia italiana. Il nostro è l'unico paese in cui vengono sistematicamente evasi non meno di 50.000 miliardi l'anno di contributi previdenziali (stima dell'Inps). Di fronte a ciò la legge finanziaria rende più lievi pene e sanzioni per il reato di evasione contributiva e dilaziona all'infinito il pagamento di quanto evaso anche nel caso - remoto (la media è un controllo ogni 130 [sic] anni) - che l'azienda che evade venga scoperta.
Si debbano fare delle proposte per invertire la rotta, altrimenti tra qualche anno genererà un disastro sociale di dimensioni difficilmente immaginabili. Basti pensare che cosa significherà vivere in città dove una gran massa di anziani, probabilmente circa la meta della popolazioni, dovrà arrangiarsi con pensioni al limite o sotto la soglia di sopravvivenza. Rivendicare un sistema pensionistico pubblico, universale e solidale non è questione su cui si esercita l'ideologia ma è questione di dignità di una società. Un sistema che possa di nuovo riunire l'intero mondo del lavoro e le generazioni.
Bisogna quindi puntare a ridurre il danno immediato e futuro, e ristabilite un minimo di equità. Ma contemporaneamente introdurre elementi rivolti ad attenuare gli effetti della generalizzata precarizzazione del lavoro. E questo sarà possibile solo innovando e rivoluzionando anche il modello di finanziamento generale del sistema previdenziale. Legando le entrate non solo al salario ma anche all'aumento della redditività del lavoro e all'aumento degli utili aziendali collegati all'innovazione tecnologica, allo scopo di ammortizzare, almeno parzialmente, l'effetto compressivo sulle entrate del sistema, causato dal decremento numerico della forza lavoro che proprio l'innovazione produce.
Bisogna ottenere un aumento immediato dei minimi di pensione di 200.000 mila lire, analogo aumento per le pensioni e gli assegni sociali, e per le indennità degli invalidi civili: gli attuali bassissimi importi sono intollerabili e immorali. Poi, il recupero, per tutte le pensioni, di quanto hanno perso in questi anni rispetto ai salari, e un sistema di rivalutazione annuale che tenga conto non solo del costo della vita ma anche degli aumenti salariali. Ed infine la revisione dei livelli di reddito a cui sono subordinate prestazioni quali l'invalidità civile, la reversibilità, il minimo di pensione, la pensione sociale. Tutte misure queste miranti a porre una diga al continuo impoverimento immediato dei pensionati.
Contestualmente bisogna insistere su proposte che attenuino gli effetti disastrosi della precarizzazione del lavoro sulle pensioni future. È necessaria la garanzia che ogni anno di contribuzione, indipendentemente dal valore dei contributi versati produca un minimo di pensione. Tale importo deve essere pari ad 1/15° del trattamento minimo: risposta necessaria alla situazione di precarietà e discontinuità lavorativa soprattutto dei giovani, e un correttivo forte al sistema di calcolo contributivo. Ci deve poi essere la garanzia di 5 anni di contribuzione figurativa valida per la pensione se si perde il lavoro, o se si è ancora disoccupati a partire dai 25 anni d'età.
Insieme a ciò proponiamo la parziale modifica delle modalità di finanziamento del sistema pensionistico. Il sistema viene alimentato attraverso i contributi versati dai lavoratori; sia la crescita della produttività del lavoro che l'innovazione tecnologica non hanno alcuna influenza sulle entrate del sistema previdenziale. Per far concorrere questi fattori (che aumentano i fatturati e i profitti delle imprese e riducono l'occupazione) alla previdenza pubblica, è necessario che le imprese (anche quelle senza lavoratori) versino una parte proporzionale del loro utile alle casse previdenziali.
Oltre a queste proposte Rifondazione Comunista ritiene che sia moralmente doveroso porre fine allo scandalo delle pensioni d'oro che sono un vero schiaffo a chi è costretto sotto la soglia di sopravivenza. Riteniamo dunque giusta la fissazione di un minimo e di un massimo di pensione e chiediamo che il rapporto tra minimi e massimi di pensione sia contenuto nel rapporto di 1/10. Se cioè la pensione minima e di £738.000 mensili, la pensione massima non dovrebbe eccedere £7.380.000 al mese. E che questo valga per tutti, anche per parlamentari, magistrati e ministri.