L'intero sistema educativo rappresenta uno snodo fondamentale della società. Esso può essere, nel bene come nel male, un motore della trasformazione sociale. Per il Prc, le politiche pubbliche, nel campo dell'istruzione e della formazione si intrecciano profondamente con l'obiettivo di una piena occupazione, di qualità e orientata al soddisfacimento dei reali bisogni sociali e perciò costituiscono un autentico pilastro della nostra proposta di alternativa, economica e sociale.
La scuola pubblica infatti rappresenta una delle funzioni fondamentali dello Stato, poiché deve garantire, attraverso il pluralismo culturale e la libertà di insegnamento, la crescita culturale e civile dell'intera società e l'opportunità, per ognuno, di sviluppare le proprie potenzialità.
Per questo tutte le risorse destinate all'istruzione debbono essere riservate unicamente alla scuola pubblica,investendone una quota sostanziosa nell'edilizia scolastica (per rendere le strutture adeguate ad una permanenza piacevole e stimolante degli studenti e dei lavoratori nella scuola) e destinando fondi adeguati per rendere gratuiti trasporti, mense, libri di testo e tutti i servizi connessi all'attività scolastica.
Le autonomie locali devono pertanto essere dotate di mezzi per combattere con un massiccio impegno il fenomeno della dispersione scolastica, adeguando strutture e servizi, e per impostare un sistema organico per l'educazione anche degli adulti, in una prospettiva di educazione permanente.
Una consistente rivalutazione delle retribuzioni del personale della scuola deve essere considerata come una delle risorse da destinarle, prevedendo anche un programma di aggiornamento e di formazione con periodo di distacco dall'insegnamento.
Le scuole pubbliche per l'infanzia debbono essere istituite su tutto il territorio nazionale e potenziate dove risultino insufficienti.
I piani provinciali e regionali di dimensionamento debbono essere verificati e rivisti alla luce dell'utilità sociale del radicamento della scuola nel territorio, per cui va ripristinata la possibilità di mantenere istituzioni scolastiche al di sotto dei 500 alunni.
La riforma dei cicli, in via di attuazione, ma che incontra crescenti e giuste opposizioni da parte degli studenti, dei genitori, del corpo docente, va sospesa e va avviata nelle scuole, negli organismi territoriali, con le associazioni culturali, con le organizzazioni sindacali una consultazione di massa, per varare un nuovo assetto della scuola, che abbia come finalità per tutti il diritto allo studio e ad un sapere critico in grado di misurarsi con le sfide della globalizzazione e del progresso scientifico del nostro tempo.
Tale processo deve partire, innanzitutto, da una verifica dei risultati e delle esperienze dei vari ordini di scuola, introducendo da subito forme di scambio, di confronto e di collaborazione, In particolare scuola elementare e media devono sperimentare modalità di integrazione dei metodi e dei contenuti dei rispettivi cicli, seguendo rigorosamente i ritmi di crescita e i tempi dell'apprendimento dell'età evolutiva: va eliminata la riduzione di un anno del ciclo di base, prevista dall'attuale riforma.
L'obbligo scolastico deve essere portato fino a diciotto anni, e al suo interno non può essere prevista la formazione professionale, se non nella forma già attuata negli istituti professionali di Stato. Di conseguenza l'apprendistato non può essere effettuato prima del compimento del diciottesimo anno di età.
Deve essere introdotto da subito, nel ciclo superiore un biennio unico, che consenta un'ulteriore espansione e approfondimento della cultura generale offerta dal ciclo primario. Solo in questo modo la riforma del triennio potrà giovarsi di una base adeguata, dalla quale trarre indicazioni più puntuali.
Di fronte al tracollo culturale di questi ultimi anni, dovuto alla centralità del mercato e dell'impresa, a scapito dello sviluppo di tutta la società, bisogna intervenire a vari livelli, dalla singola scuola fino al Parlamento, per sostenere quello sviluppo delle capacità critiche, che passa attraverso un asse culturale dotato di nuclei forti, fondativi, strutturanti, che mettono in grado di esprimersi "sui saperi", che vincolino su tutto il territorio nazionale le scelte formative della scuola, anche per una ricomposizione della scuola della Repubblica.
La stessa questione dell'introduzione delle nuove tecnologie o delle multimedialità nelle scuole, semplicisticamente e acriticamente assunta da esperti, mass media e ministri come soluzione di buona parte dei problemi della didattica, va invece affrontata e discussa con la consapevolezza della "non neutralità" del mezzo informatico, che nel corso dei processi di apprendimento non solo diviene il messaggio, ma per le sue caratteristiche specifiche determina e costruisce l'intero ambiente di comunicazione, imponendo tempi, processi di ragionamento, linguaggi.
Per questo è centrale oggi il problema del linguaggio e della comunicazione, su cui non può che esserci un approccio sperimentale, da parte degli insegnanti, chiamati a ricostruire livelli di relazione più efficaci ed innovativi, stanti le modifiche subite dai giovani nei linguaggi, compreso quello del corpo.
Non si tratta di aggiungere ulteriori discipline, ma semmai di ricomporle in un sapere che metta in grado di selezionare le interpretazioni e selezionarle.
Il tempo-scuola acquista dunque grande importanza, non come generica permanenza a scuola, ma come stretta correlazione tra qualità e quantità nello studio.
Una indagine Eurostar rivela che lo studente italiano passa a scuola fino al 25% di tempo in più rispetto agli altri studenti europei, e collega questo dato con quel modello di sviluppo della condizione umana, per cui l'Italia si colloca al quinto posto: infatti la contrazione del tempo-scuola gioca a favore dei saperi strumentali e contro quelli cosiddetti disinteressati, gli unici che impongono processi analitici nell'apprendimento. gli unici che rivelano lo svantaggio e al tempo stesso ne consentono il recupero, perché permettono la costruzione di una relazione tra insegnante ed alunno, in un processo di ricostruzione di un sapere, che coinvolge ed arricchisce entrambi, non essendo fondato sulla trasmissione,ma sulla comunicazione.
Centrale è infine la questione dei tempi dell'attività degli insegnanti, che risultano sempre più indefiniti,e quella dell'organizzazione del lavoro, temi entrambi scomparsi nell'ultimo contratto, che pur propagandato come quello del lavoro per progetti, tuttavia non entra nel merito della collegialità, del suo orario e delle sue modalità, e perpetua l'abbandono della qualità dell'insegnamento al volontariato, impegnato com'è a ratificare l'ideologia della gerarchizzazione anche nella scuola.
L'autonomia scolastica deve essere ricondotta alla funzione di autogoverno delle scuole, per cui debbono essere introdotti tutti quei correttivi, che impediscano la frantumazione del sistema scolastica nazionale. A supporto di questa impostazione, gli organi collegiali debbono essere arricchiti da tutti quegli elementi che valorizzano la partecipazione e la collegialità delle decisioni.
Ad una nuova valorizzazione della collegialità può essere oggi affidata anche la libertà d'insegnamento, minacciata non soltanto dalla legge di parità, ma anche dall'applicazione della parte contabile dell'autonomia, che dietro la motivazione del reperimento di finanziamenti apre la strada all'imposizione di contenuti esterni alla scuola, che rispondono agli interessi di soggetti privati.
Rilanciare la scuola di tutti e per tutti è l'unica risposta al possibile ritorno della peggiore selezione di classe.