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Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 3: le nostre proposte
Parte 3: Stato sociale
Università

La recente riforma universitaria e i continui tagli apportati nelle leggi di bilancio di questi anni hanno ulteriormente compromesso il quadro generale dell'Università italiana. Se possibile, hanno reso ancor più necessario delineare un grande complesso di politiche sociali tese, innanzitutto, a riaffermare il fondamentale diritto allo studio e alla formazione superiore

Il primo obiettivo, infatti, da porsi è rappresentato dal rilancio e dall'estensione del diritto allo studio. Per perseguire questo obiettivo sono necessari interventi che da un lato garantiscano completa libertà di accesso, contro ogni ipotesi di sbarramento, e dall'altro rafforzino concretamente gli strumenti di sostegno al completamento degli studi. In questo senso la battaglia contro il numero chiuso si lega organicamente a quella per la gratuità della formazione pubblica e per l'ampliamento delle strutture e infrastrutture didattiche e di ricerca.

L'abbattimento delle tasse di iscrizione, lievitate vertiginosamente dopo l'introduzione dell'autonomia finanziaria, costituisce solo un primo necessario aspetto, ma insufficiente se non si interviene contemporaneamente sui costi indiretti legati al vitto, all'alloggio, al mercato (indecente) dei libri di testo, ai trasporti. Altrettanto importante è l'ampliamento dei luoghi destinati alla didattica e allo studio individuale - aule studio, biblioteche, centri informatici e polifunzionali - che costituiscono elementi centrali di sostegno agli studenti (e a coloro che oggi non possono permettersi di esserlo). Si tratta, insomma, di intervenire con misure concrete ed efficaci per riaffermare il diritto allo studio e invertire l'attuale strisciante selezione di classe nei percorsi formativi, per ribaltare il mortificante 70% di abbandoni che caratterizza l'Università Italiana.

In una società come la nostra le cui continue trasformazioni fanno dell'accesso ai saperi condizione sempre più determinante per una cittadinanza completa e pienamente dispiegata, una politica formativa avanzata non può prescindere da un intervento più ampio che consenta alle giovani generazioni di usufruire gratuitamente di tutti gli strumenti culturali, anche al di fuori delle tradizionali strutture formative.

Mantenere la centralità del titolo di laurea e riqualificare il percorso di studi universitario, in un quadro di omogeneità nazionale, che contrasti l'"aziendalizzazione" e la frantumazione territoriale delle strutture formative, rappresenta un obiettivo ineludibile. La riforma depaupera la complessità del percorso didattico universitario, configurando una laurea più semplice perché più povera, e sposta il livello di approfondimento sui titoli post-laurea, in una dimensione compartimentata e parcellizzata, oltre che escludente. Al contrario, è necessario concepire la didattica universitaria come luogo aperto di formazione complessa, al cui interno lo studente possa scegliere autonomamente e senza alcuna rigidità percorsi di approfondimento.

Professionalizzazione e specializzazione non implicano necessariamente la costruzione di percorsi post-universitari inaccessibili e iper-direzionati; esse possono vivere dentro la formazione universitaria in un contesto didattico e di ricerca slegato (cioè non dipendente) dagli interessi privati e dalle esigenze del mercato, e nel quale la specificità del singolo percorso di studi sia il risultato di una scelta individuale autonoma, critica e consapevole. Non si tratta di negare ogni connessione tra formazione e mondo del lavoro, ma di rovesciare la natura del rapporto che emerge dalle proposte governative. Le scuole di specializzazione a numero programmato per l'accesso alle professioni, partono dal presupposto che, essendo la quantità e la qualità del lavoro determinate in modo meccanicistico e neutro dalle "leggi del mercato", sia necessario adeguare di volta in volta a questa "variabile indipendente" la natura e l'organizzazione dei processi formativi. Questa idea così subordinante del rapporto tra formazione e lavoro sottrae di fatto al sistema universitario la possibilità di agire da motore della trasformazione sociale e di condizionare positivamente lo sviluppo dei meccanismi produttivi. Noi pensiamo, invece, che la possibilità di accedere alle figure professionali debba continuare a essere legata al conseguimento del titolo di laurea e che le scuole di specializzazione non possono costituire titolo esclusivo per l'accesso a esse.

L'investimento sull'università e sulla ricerca scientifica e tecnologica deve essere indirizzato strategicamente alla determinazione stessa del modello di sviluppo, poiché può divenire veicolo di rottura delle attuali compatibilità, in un quadro di utilità sociale. L'università, infatti, può e deve sforzarsi di individuare, con l'attività didattica e di ricerca, figure professionali nuove, non riconducibili alla logica del profitto privato ma ad una dimensione di utilità sociale. Aver conferito infatti capacità contrattuale ai singoli dipartimenti e aver avviato potenti sinergie tra singole università e aziende private ha prodotto un condizionamento forte, quando non addirittura una direzione consapevole dell'attività di ricerca da parte delle imprese. Solo una programmazione nazionale può individuare e soddisfare le esigenze didattiche e scientifiche del sistema universitario concepito come servizio pubblico.

E' altresì fondamentale per la democratizzazione dell' Università che i meccanismi di reclutamento dei docenti non siano subordinati a logiche autoritarie e di mera occupazione del potere Così pure l'opposizione al numero chiuso deve valere anche per i titoli accademici di livello superiore alla laurea, in particolare per il dottorato alla cui ammissione prevalgono troppo spesso le appartenenze accademiche sulle valutazioni di merito.Un dottorato aperto a tutti coloro che mostrino idoneità alla ricerca scientifica deve essere la condizione normale per intraprendere la carriera accademica attraverso un primo grado di formazione e un secondo grado corrispondente al ruolo unico docente.

Una democratizzazione della docenza e del reclutamento rappresenta la precondizione per un diverso funzionamento dell' Università.

In ogni caso va mantenuto il fondamentale rapporto università-ricerca: sganciare la ricerca dall'università è funzionale solo a un progetto di dequalificazione degli studi.

(revisionato il 27 aprile 2001)

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