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Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 3: le nostre proposte
Parte 3: Stato sociale
Diritto alla casa

In Italia ci sono circa 800.000 alloggi a canone sociale e oltre 2 milioni di famiglie sotto il livello di povertà. Su tre milioni e duecento mila famiglie in affitto privato: 1 milione e mezzo di hanno meno di 30 milioni all'anno lordi e pagano di affitto oltre il 30% del reddito netto; 800.000 dispongono di un reddito inferiore a 20 milioni lordi all'anno; 1 milioni e 580 mila è costituito da anziani il cui reddito è assicurato solo da pensione.

A fronte di questa situazione, in questi cinque anni di governo di centro sinistra si è assistito a un ulteriore restringimento del comparto abitativo pubblico, attraverso la dismissione e privatizzazione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, Enti Previdenziali e altri Enti Pubblici. Il processo di privatizzazione degli Enti ha avuto la conseguenza di sottrarre il loro patrimonio abitativo dalle regole pubbliche, con conseguente aumento degli affitti e ricorso alle vendite frazionate.

La conseguenza di questa liberalizzazione è stata un aumento generalizzato dei canoni e degli sfratti, specialmente nelle grandi città. Per la prima volta dal dopoguerra, la morosità è divenuta la causa principale delle sentenze di sfratto emesse. Ciò mostra evidentemente il livello di non sopportabilità degli affitti in relazione ai redditi posseduti.

La riforma degli affitti varata in questa legislatura non ha dato risultati efficaci: il ricorso al cosiddetto canale concordato (affitti più bassi in cambio di sgravi fiscali) è pressoché inesistente a causa del rifiuto del governo di intervenire per eliminare la detrazione fiscale del 15% di cui ancora godono i proprietari che affittano a libero mercato, il mancato intervento per incrementare l'offerta pubblica a canone sociale (anzi addirittura l'ulteriore restringimento di tale comparto) hanno aumentato il monopolio della rendita speculativa nel mercato delle locazioni.

Non si è voluta realizzare una riforma dell'edilizia residenziale pubblica nella direzione di un incremento dell'offerta pubblica. Eliminate le trattenute Gescal, conseguenza della controriforma delle pensioni, e unica fonte di finanziamento dell'edilizia residenziale pubblica, non c'è stato alcun intervento per prevedere un finanziamento pubblico di tale settore, come previsto nella maggior parte dei Paesi europei (l'Italia è il fanalino di coda dell'Europa in tale settore: 5% di offerta pubblica a fronte di una media del 16%); anzi, i governi che si sono succeduti, da Berlusconi nel 1994 fino a D'Alema, hanno illegittimamente sottratto 7500 miliardi dai fondi Gescal, trattenuti presso la Cassa Depositi e Prestiti, per utilizzarli ad altri scopi.

Anche in rapporto alla prima casa in proprietà, il governo, invece di muoversi verso una vera detassazione intervenendo sull'Ici (per eliminarla o quantomeno ridurla a partire dai redditi più bassi), ha preferito intervenire per elevare oltre i 180 milioni di valore catastale l'esenzione Irpef, comprendendo anche le case di lusso. Un'operazione questa che solo marginalmente ha interessato fasce di popolazione con redditi medio bassi e si è rivolta principalmente a favore dei redditi più alti.

Il complesso delle politiche abitative perseguite in questi anni (liberalizzazione degli affitti, dismissione del patrimonio pubblico) ha determinato una forte propensione all'acquisto della prima casa, relegando nel settore dell'affitto una porzione della popolazione in condizioni sociali ed economiche deboli.

Questa politica non è stata in grado di affrontare neanche i nuovi problemi posti dalle modificazioni sociali, del costume, dell'economia. In un'espressione: non è né giusta, né moderna. Ha acuito le disuguaglianze determinando una redistribuzione della ricchezza a favore della rendita e, dall'altro lato, rappresenta un elemento di forte arretratezza: limita la mobilità sul territorio, non riesce ad affrontare le questioni poste dalle modificazioni della società e dal costume, non dà risposta a problemi di prospettiva come quello dell'immigrazione.

A fronte di questa situazione, noi proponiamo l'adozione di un piano di iniziativa, articolato a livello nazionale, delle Regioni e degli Enti locali che si proponga, nella prossima legislatura, di recuperare la differenza tra l'Italia e l'Unione Europea; e quindi triplichi l'offerta di alloggi a canoni più bassi del mercato. Ciò non richiede l'avvio di nuove costruzioni, bensì l'utilizzo di tutti gli strumenti a disposizione (acquisto, affitto diretto da parte degli enti locali) per aumentare l'offerta a canoni calmierati con l'obiettivo di rispondere alle esigenze di varie categorie sociali, compresa quella del lavoro dipendente (con redditi non così bassi da per sperare in un alloggio Erp, ma non così alti da poter reggere il mercato privato).

Rispetto all'edilizia pubblica, perciò occorre: definire un finanziamento (almeno l'1% del bilancio dello Stato) per la politica sociale della casa; determinare un piano per il pieno utilizzo dei fondi Gescal rimasti, reintegrando quanto dal 1994 ad oggi sottratto, valutabile in almeno 15.000 miliardi; bloccare piani e progetti di dismissione generalizzata del patrimonio residenziale statale, degli Enti Previdenziali e di altri Enti Pubblici e fissare le quote di incremento dell'offerta pubblica da realizzare anno per anno; mantenere le strutture di gestione dell'edilizia residenziale pubblica in ambito pubblico, impedendo ogni privatizzazione del settore; rivedere e rilanciare il ruolo della cooperazione (in particolare la proprietà indivisa) ai fini della locazione; detassare gli alloggi di edilizia residenziale pubblica.

Rispetto alle locazioni nel settore privato, occorrerà, invece, rivedere la legge sulle locazioni, correggendone le contraddizioni più gravi: eliminare la detrazione forfettaria del 15% a favore di chi affitta a libero mercato; incrementare ed estendere a tutti gli inquilini (in base al reddito e non alla tipologia contrattuale) la detrazione dalla denuncia dei redditi di parte dell'affitto pagato; estendere progressivamente l'obbligo di riferirsi al canone concordato, a partire dagli enti pubblici privatizzati e dalla grande proprietà immobiliare; intervenire sulla questione degli sfratti, in particolare nelle aree urbane, prevedendo, per tutti coloro che hanno le condizioni per permanere in un alloggio di edilizia residenziale pubblica (reddito intorno a 65/70 milioni annui), o possiedono condizioni di disagio (anziani, portatori di handicap, ecc.), la possibilità di realizzare lo sfratto solo se si realizza un intervento pubblico che garantisca il passaggio da casa a casa; superare l'istituto dello sfratto per finita locazione, che è lo strumento essenziale per l'aumento speculativo degli affitti.

Nel campo della proprietà privata, proponiamo inoltre di eliminare, nella prossima legislatura, l'Ici sulla prima casa, trasformando questa tassa che incide pesantemente sui redditi più bassi, in una vera imposta patrimoniale che preveda: la detassazione della prima casa, una fortissima penalizzazione delle case sfitte nelle aree urbane, un incremento della tassazione sui fabbricati diversi da abitazione (preservando l'artigianato e la piccola attività di commercio) e sulle aree fabbricabili.

(revisionato il 27 aprile 2001)

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