Abbiamo già rilevato che nel corso degli anni 90 la gestione del bilancio pubblico è stata caratterizzata dal forte contenimento della spesa e dall'aumento di tasse e contributi, specialmente a carico dei lavoratori dipendenti. Tale politica ha accentuato gli storici limiti del nostro stato sociale, aumentando il divario rispetto ai sistemi di welfare dei principali paesi europei. Le strette sulla spesa hanno infatti comportato una compressione significativa degli investimenti, dei consumi collettivi e delle reti di sicurezza sociale, che si è riflessa nella carenza di beni pubblici, nel progressivo degrado delle aree depresse del paese, nella drammatica diffusione dei fenomeni di emarginazione. Dall'altro lato, favorendo il capitale a scapito del lavoro, i cambiamenti nella struttura del prelievo fiscale hanno dato luogo ad iniquità sempre più forti, segnando un incredibile distacco dal principio di progressività sancito dalla Costituzione.
Si rende dunque necessaria una svolta radicale nella gestione del bilancio dello Stato, attraverso la promozione di interventi di livello nazionale e internazionale, tutti orientati all'espansione mirata delle spese e ad una distribuzione più equa dei carichi fiscali e contributivi.
Ai fini dell'espansione occorrerà persistere in un'azione a tutti i livelli istituzionali per la riforma in senso democratico dei trattati europei, sollecitando una maggiore influenza dei parlamenti nazionali ed europeo sulle decisioni del Consiglio e della Commissione; invocando il rafforzamento delle istituzioni di coordinamento fiscale all'interno dell'Ecofin, la modifica dello statuto della Banca Centrale Europea, la revisione dei parametri che attualmente regolano la politica fiscale degli Stati membri e l'aggiunta di un parametro finora assente: quello dell'occupazione. Numerose proposte organiche si sono sviluppate nel corso di questi anni attorno all'obiettivo della riforma del palinsesto dell'Unione monetaria europea. Una di queste è la Declaration of European Economists, sottoscritta da oltre 500 economisti europei.
A livello nazionale si dovrà poi abbandonare, una volta per tutte, il principio neoliberista secondo il quale trarremmo tutti beneficio dal rapido abbattimento del debito pubblico e dalla conseguente compressione dell'intervento statale nell'economia. Questa idea, considerata del tutto priva di fondamento da gran parte della letteratura specialistica, ha spesso indotto il governo verso un orientamento di politica economica più restrittivo di quello imposto dagli accordi europei, basato tra l'altro sull'intenzione di fissare al 2010 la data di raggiungimento del 60% nel rapporto debito/Pil. Il Presidente del Consiglio e numerosi altri esponenti del governo hanno spesso affermato che il rapido abbattimento del debito avrebbe effetti espansivi anziché restrittivi, poiché riducendosi il debito si riduce la spesa per interessi, si sottrae denaro alla rendita finanziaria e quindi risorse pubbliche aggiuntive vengono rese disponibili. Questa affermazione è un eccellente prototipo di demagogia politica: è ben noto infatti che il rapido abbattimento del debito non significa affatto sottrarre soldi alle rendite finanziarie, significa solo comprimere anzichè spalmare nel tempo il rimborso dei debiti a favore dei possessori delle rendite. Ed è altrettanto noto che non esiste a priori nessuna ragione per la quale la compressione dei pagamenti convenga rispetto alla loro diluizione nel tempo (a meno che nei ministeri non abbiano la sfera di cristallo e vedano quindi la struttura futura dei tassi d'interesse). Infine, quell'affermazione tende impunemente a ribaltare causa ed effetto: essa infatti stabilisce che il rapido abbattimento del debito libera risorse spendibili, laddove è vero piuttosto il contrario, e cioè che il rapido abbattimento del debito è determinato dalla compressione delle risorse spendibili !
Simili tentazioni neoliberiste andranno fronteggiate con una proposta del tutto alternativa, ispirata dall'intento di sfruttare ogni possibile spazio di manovra concesso dal Patto di Stabilità europeo per intraprendere una politica di bilancio finalmente orientata al pieno impiego, nel segno dell'equità e della difesa dell'ambiente. Nel nuovo scenario, le oscillazioni del deficit annuale potranno essere più ampie rispetto all'obiettivo tendenziale del pareggio, risultando vincolate soltanto dal tetto del 3% in rapporto al Pil (l'unico parametro a difesa del quale i trattati europei prevedono un effettivo sistema di sanzioni). Pur con un debito pubblico in diminuzione, questo orientamento consentirebbe di liberare risorse aggiuntive nell'ordine dei 30.000 miliardi annui, aprendo finalmente, dopo anni di sacrifici, nuove prospettive per l'intervento pubblico.
Per quanto riguarda la definizione di una più equa distribuzione dei carichi fiscali al fine di ripristinare il principio costituzionale di progressività, occorrerà innanzitutto spostare il peso della tassazione dal lavoro al capitale. Tale obiettivo, come è noto, contrasterebbe con le tendenze fatte registrare in Europa negli ultimi anni, dove a causa del crescente peso politico dei gruppi imprenditoriali e finanziari e delle difficoltà nel contrastare l'evasione e la fuga dei capitali, gli Stati membri hanno progressivamente ridotto le aliquote sulle attività finanziarie e sui redditi d'impresa.
Una inversione di tendenza rispetto alle politiche finora praticate richiederà interventi a livello non solo nazionale ma anche europeo, dove bisognerà al più presto superare i deludenti esiti del vertice di Nizza in materia di tassazione. Si dovranno in tal senso sostenere, all'interno delle istituzioni comunitarie, tutte le iniziative volte a stabilire un tetto minimo anche per le aliquote sui redditi derivanti da attività finanziarie. Non si tratterebbe, del resto, di una novità: va ricordato infatti che un livello minimo europeo, corrispondente al 15%, è stato già imposto per l'aliquota Iva nel 1992. Inoltre, si dovranno promuovere forti limitazioni al segreto bancario, per arginare i fenomeni di elusione e di evasione in corso e per contrastare lo sviluppo dei cosiddetti "paradisi fiscali".
Sempre a livello europeo, occorrerà partecipare a tutte le iniziative miranti alla introduzione della cosiddetta Tobin tax, una tassa sulle transazioni finanziarie effettuate in valuta estera. Questa tassa, come è noto, è stata ideata dal premio Nobel per l'economia James Tobin al fine di ridurre le transazioni speculative sulle valute ed ottenere così una maggiore stabilità sul mercato dei cambi. Tale maggiore stabilità si tradurrebbe, tra l'altro, nella possibilità di praticare politiche di riduzione dei tassi d'interesse con minori rischi di fughe di capitali. Naturalmente, perché si ottengano simili risultati è necessario promuovere l'introduzione della tassa almeno a livello europeo, su tutte le transazioni effettuate in valute diverse dall'euro. Una tassa dello 0,5% applicata dai soli paesi dell'Unione monetaria europea consentirebbe di stabilizzare la quotazione dell'euro, accrescerebbe il grado di autonomia della politica monetaria della Banca centrale europea, e permetterebbe oltretutto di aumentare le risorse di bilancio comunitario. Ad ogni modo, è bene chiarire che la Tobin tax va vista come un tassello del più ampio progetto di riforma in senso democratico del palinsesto dell'Unione europea e delle istituzioni monetarie internazionali, un progetto ambizioso e rilevantissimo, al quale da tempo dedichiamo il massimo impegno politico.
Va tuttavia precisato che la Tobin tax può essere adottata anche in funzione di obiettivi più immediati di quello originario. Col passare del tempo, infatti, la tassa è stata sempre più spesso invocata non tanto per stabilizzare i cambi, quanto più semplicemente per distribuire reddito attraverso un prelievo sui movimenti di capitale. Non va dimenticato, infatti, che se la tassa venisse applicata a livello mondiale, il gettito supererebbe i 1.500 miliardi di dollari all'anno. Benché fondata su un'aliquota unica per tutte le transazioni, la tassa avrebbe tra l'altro carattere implicitamente progressivo, colpendo soprattutto gli operatori dediti alla speculazione, cioè coloro che ogni giorno effettuano la maggior parte delle transazioni finanziarie. Per giunta, se introdotta a scopo di prelievo, la tassa può essere coerentemente applicata anche solo a livello nazionale, e su tutti i tipi di scambi finanziari. E' nostra intenzione, pertanto, affiancare alla battaglia internazionale per la Tobin tax una proposta di introduzione di una tassa dello 0,03% sul valore di tutti gli strumenti finanziari scambiati sui mercati mobiliari nazionali. Anche ammettendo una riduzione del volume degli scambi derivante dall'aumento dei costi di transazione, questa tassa dovrebbe assicurare al fisco italiano un gettito annuo non inferiore ai 3000 miliardi.
Sempre riguardo agli interventi fiscali di livello nazionale riteniamo opportuno che, terminata la fase dell'emergenza finanziaria, il Paese si interroghi sulla effettiva distribuzione dei sacrifici sostenuti negli anni 90. Come abbiamo già accennato in precedenza, il cosiddetto risanamento si è concretizzato principalmente nell'aumento delle tasse, nel rapido abbattimento dell'inflazione e in una politica di forte contenimento salariale. Se si ricorda: che la distribuzione dei carichi fiscali è stata tendenzialmente neutrale o regressiva; che il rapido calo dell'inflazione ha tenuto alti per lungo tempo i tassi d'interesse reali favorendo i possessori di rendite e danneggiando lo Stato debitore (ovvero i contribuenti) e i sottoscrittori di mutui; che la compressione salariale ha consentito alle imprese di appropriarsi di tutto il guadagno di produttività del decennio; si può allora senza dubbio affermare che i famosi sacrifici per il risanamento e per l'ingresso in Europa si sono scaricati in modo del tutto iniquo, soprattutto sul lavoro dipendente e sulle categorie sociali più deboli.
Queste osservazioni sull'iniqua distribuzione dei sacrifici degli anni 90 costituiscono una evidente legittimazione alla introduzione di un'imposta sull'intero patrimonio nazionale. La nostra proposta consiste in un prelievo limitato nel tempo E' bene precisare che una patrimoniale, di fatto, può essere concepita come un incremento dell'aliquota sui redditi da capitale. La sua adozione risulta pertanto razionale solo nell'ipotesi che si intenda rimediare ad un risultato pregresso e consolidato. L'imposta, in tal senso, potrebbe anche risultare una tantum: il fatto di distribuirla su un certo numero di anni dipende esclusivamente dall'intento di evitare rilevanti effetti macroeconomici. sull'intero ammontare delle attività finanziarie e reali Il riferimento al patrimonio lordo (e non al netto delle passività, come stabilito ad esempio per la vecchia imposta patrimoniale sulle imprese in vigore fino al 1998) è basato sull'intento di non discriminare i contribuenti in funzione della struttura dei loro portafogli. di proprietà di persone fisiche e giuridiche residenti in Italia, Se si applica l'imposta sia alle persone fisiche che alle persone giuridiche si pone il problema delle doppie imposizioni sul patrimonio; l'alternativa di limitare il prelievo sul patrimonio delle persone fisiche darebbe tuttavia luogo ad una perdita di gettito in tutte le circostanze in cui le imprese decidano di accantonare dividendi e non si verifichi un incremento corrispondente nei valori delle partecipazioni. fatta eccezione per il valore della prima casa non di lusso e per i patrimoni inferiori ai 100 milioni. Il calcolo dell'aliquota verrà effettuato in base a un obiettivo minimo di gettito di 15.000 miliardi annui, Se si considera che nel 1997 la patrimoniale sulle imprese aveva assicurato un gettito di 4819 miliardi grazie a un'aliquota dello 0,75%, è facile prevedere che con un imponibile riferito al ben più ampio patrimonio lordo delle persone fisiche e giuridiche si potrebbe raggiungere un gettito di 15.000 miliardi con un'aliquota molto più bassa dello 0,75%. un ammontare di gran lunga inferiore ai soli guadagni ottenuti ogni anno dai possessori di attività finanziarie per effetto del calo dell'inflazione. Ad esempio, si stima che la riduzione di oltre un punto del tasso d'inflazione verificatasi tra il 1992 e il 1993 abbia generato un effetto distributivo favorevole ai creditori e a danno dei debitori non inferiore ai 26.000 miliardi. Un risultato, questo, che si è ripetuto per tutto il corso negli anni 90 a causa del rallentamento dei prezzi, e che andrebbe sommato ai numerosi altri effetti distributivi
Un ulteriore ambito di riforma fiscale è quello dell'imposizione indiretta. Negli ultimi anni le politiche di governo hanno generato due effetti perversi: un aumento generale del prelievo indiretto, notoriamente sperequativo poiché tendente a colpire i consumi e non i risparmi; e un uso sempre meno discriminante dello stesso, indipendente cioè dalla natura dei beni soggetti a tassazione. Questa linea di intervento andrà urgentemente rivista: occorrerà da un lato fermare la crescita dell'imposizione indiretta, e dall'altro ripartirla in un modo più mirato, che consenta di colpire i beni di lusso e gli inquinanti e che invece riduca il carico sulle innovazioni eco-compatibili e sui beni di merito o di prima necessità. E' importante ricordare, in tal senso, che al summit di Kyoto sull'ambiente venne messa in luce l'assoluta necessità di adoperare lo strumento fiscale al fine di orientare l'attività economica e i consumi verso un sentiero di sviluppo ecologicamente sostenibile. Un obiettivo del tutto disatteso dal governo, che dopo aver introdotto la carbon tax ha poi frettolosamente provveduto a depotenziarla e ad assicurare 3.800 miliardi di sgravi fiscali ai primi accenni di incremento dei prezzi della benzina e del gasolio. Una simile, ipocrita linea di intervento politico va assolutamente condannata. La carbon tax andrà riportata a pieno regime, e ulteriormente potenziata, al fine di superare un tetto minimo di 3000 miliardi annui di entrate. E a tal proposito è bene aggiungere che l'unico modo razionale per garantire la piena equità di simili interventi sarà sempre e soltanto quello di affiancare all'incremento delle tasse ambientali il corrispondente decremento delle tasse sul lavoro e sui redditi più bassi.
Le proposte menzionate, di tassazione delle transazioni finanziarie e dei patrimoni e di riforma dell'imposizione indiretta, andranno naturalmente inserite in un quadro più generale di riforma fiscale, che comprenda i seguenti obiettivi: la progressiva abolizione dei sostituti d'imposta sulle attività finanziarie, al fine di ripristinare la generalità dell'imposta sul reddito e di estendere la base imponibile soggetta a tassazione progressiva; Attualmente, a fronte delle cinque aliquote Irpef esistenti, il sostituto d'imposta sui redditi da capitale fa sì che su di essi venga invece applicata una vantaggiosissima aliquota unica del 12,5%. l'abolizione dell'ICI sulla prima casa non di lusso; una revisione generale delle fonti di finanziamento degli enti locali, allo scopo di evitare eccessive sperequazioni e divergenze di prestazioni sociali a livello territoriale. Infine, a completamento del quadro di riforma, occorrerà aggiungere una lotta sistematica all'evasione fiscale, attraverso il potenziamento delle risorse dell'apparato ispettivo e lo sviluppo dei meccanismi incentivanti. Occorrerà in particolare accrescere la frequenza delle ispezioni, a fronte di un controllo medio ogni 12 anni attualmente previsto per le società con capitale superiore ai 50 miliardi; inoltre, si dovrà incrementare l'efficienza dei controlli, in modo da velocizzare la riscossione delle entrate accertate.
Questo programma, da attuarsi mediante provvedimenti nazionali e internazionali, darà luogo ad una più equa distribuzione del "costo dello Stato", favorendo per questa via una rinnovata fiducia nei confronti dell'intervento pubblico in Italia.
Per concludere, anche considerando i soli interventi praticabili su scala nazionale, il nostro progetto di riforma della politica fiscale (basato su un nuovo sentiero di gestione del debito pubblico, sulla introduzione di tasse su transazioni e patrimoni finanziari, sulla riforma dell'imposizione diretta e indiretta e su una serrata lotta all'evasione) consentirebbe di ricavare risorse aggiuntive per oltre 60.000 miliardi annui, che potrebbero esser destinate al potenziamento mirato della spesa pubblica e alla riduzione dei carichi fiscali sul lavoro e sulle categorie sociali più svantaggiate. Una linea di politica economica assolutamente realistica e praticabile, la cui mancata attuazione deriva soltanto dalla resistenza politica dei gruppi di interesse avversi all'avvio di una nuova stagione di conquiste sociali.