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Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 3: le nostre proposte
Parte 6: Democrazia e istituzioni
Per un nuovo costituzionalismo democratico in Italia e in Europa

E' in atto una fuga dalla democrazia da parte delle classi dirigenti: una fuga dalla statualità nazionale, una negazione della sovranità popolare in direzione di istituzioni a-democratiche ed elitarie, prodotte dalla supremazia del mercato. Il mercato oggi, non solo alloca risorse e distribuisce reddito; esso è accettato come produttore di norme indipendentemente dallo Stato. Per questo la politica e il potere statale vengono trattati come attrezzi inutili; perché l'accoppiata del mercato con il "governo della legge" vengono considerati sufficienti, e anzi assunti come unici e veri limiti necessari alla possibile "deriva totalizzante" della politica. È in atto una fuga liberal-liberista dalla sovranità democratica che è davanti agli occhi di tutti; che è tutt'altro che da assumere come valore universale, essendo un processo storico, determinato e prodotto dalle scelte delle imprese.

Nel nostro paese, la rottura in chiave presidenzialistica della democrazia rappresentativa, il ritorno al mercato e al privato per produrre beni pubblici essenziali, la negazione del valore politico istituzionale delle autonomie (attraverso il federalismo competitivo che esalta le regioni forti del Nord), la manomissione della funzione giurisdizionale sono strettamente intrecciati con i processi di globalizzazione e flessibilizzazione dell'impresa. Il mercato e il profitto hanno bisogno di una società passivizzata, politicamente neutralizzata, dove i poteri siano personalizzati secondo il modello gerarchico dell'impresa e prevalga il principio autoritario della governabilità in ogni ambito sociale.

Nella legislatura, che si chiude, c'è stato un tentativo con la Commissione bicamerale presieduta da D'Alema di riscrivere, con Berlusconi e Fini, intere parti della Carta costituzionale. Questo tentativo è stato accompagnato sul piano ideologico dal revisionismo storico, teso a legittimare gli eredi del fascismo. La nascita della 'seconda repubblica' avrebbe dovuto legittimare gli esclusi dal sistema di potere democristiano: gli eredi del Pci e quelli, appunto, del fascismo.

Con quel tentativo, la sinistra liberale, cioè i DS, ha accettato un'idea di democrazia immediata finalizzata a saltare i diaframmi del parlamento e delle istituzioni di garanzia, e a esaltare il potere decisionale dell'esecutivo; insomma: ad affermare una 'democrazia governante'. Il decisionismo di Craxi e la sua 'grande riforma' sono il retroterra di queste controriforme istituzionali. Nella Bicamerale di D'Alema si è affermata l'ideologia della democrazia di investitura, che trova nel sistema elettorale maggioritario e nell'elezione diretta dei vertici dell'esecutivo i propri strumenti di attuazione.

Contraddizioni interne ai e tra i due Poli, ma soprattutto le due sconfitte referendarie (nel 1998 e 1999) hanno per il momento frenato questa tendenza; che tuttavia si vuole alimentare di nuovo nella prossima legislatura.

La strategia per cercare di instaurare la "democrazia governante" non è stata lineare. In generale si può affermare che il processo, in virtù della globalizzazione, si è realizzato su scala mondiale, con lo slittamento dei poteri decisionali di fondo - politica monetaria, di bilancio, di scelte produttive - da un lato verso organismi che rappresentano i governi, e cioè gli esecutivi, e dall'altro verso la tecnocrazia internazionale - Fmi, Wto, Nato, Ue... - e le grandi imprese transnazionali: che assumono sempre più le caratteristiche di veri e propri nuovi sovrani nell'ordine mondiale. A livello di sistemi nazionali si è accentuato ovunque uno stile politico plebiscitario, in cui la figura del leader si staglia come personificazione del potere, prevalendo vieppiù un sistema plebiscitario rispetto a quello rappresentativo-parlamentare. La cosiddetta società di massa ha prodotto un moderno cesarismo, sostenuto da un'élite economica e tecnoburocratica: sembrava inarrestabile il progresso della democrazia, la storia ha replicato dando ragione alla visione disincantata di Max Weber, che vedeva in cammino una democrazia di acclamazione.

Al sistema proporzionale sono state addebitate colpe inesistenti; si è detto che esso alimentava la frammentazione della rappresentanza e dunque impediva processi decisionali rapidi ed efficaci. Al sistema proporzionale si ascriveva il 'sezionamento' della sovranità tra partiti e gruppi. L'esperienza storica degli anni 90 in Italia ha dimostrato che è il sistema maggioritario a depotenziare i processi politici decisionali, dato che le coalizioni sono costrette a mercanteggiamenti continui al loro interno per garantire la maggioranza elettorale e parlamentare. La storia di questi anni in Italia prova che il confronto sui programmi e sui valori-guida è evaporato, perché al 'dunque' vale la duplice pressione: per essere eletti e per garantire l'appoggio al governo. Così si esalta la logica della trattativa e dello scambio, così i peggiori vizi del parlamentarismo vengono alimentati e ogni decisione deve attraversare fasi di mercanteggiamento: le decine e decine di passaggi di parlamentari da un gruppo all'altro sono ormai una triste consuetudine parlamentare, che neppure il trasformismo ai tempi d'oro di Rattazzi, e poi di Giolitti, conobbe. Si pretendeva col maggioritario di immettere una carica di decisionismo nel governo, si è finito per depotenziarlo di ogni capacità decisionale, sottoponendolo a una miriade di pressioni, che ora non trovano neppure più il filtro dei partiti di massa. La sovranità si è 'sezionata', non tra partiti come pretendeva Maranini, bensì tra gruppi e categorie.

Naturalmente più è debole la politica più è forte il potere economico. Un'altra patologia, molto grave, alimentata dal sistema maggioritario, è quella dell'omologazione al centro dei partiti e delle coalizioni, sempre più indistinguibili nei programmi politici per potere conquistare il centro: la polemica sui programmi fotocopie per la riforma del fisco e delle grandi opere infrastrutturali tra Berlusconi e il centrosinistra testimoniano di questa omologazione al centro dei partiti e delle coalizioni.

Il sistema maggioritario e la democrazia dell'alternanza sono utilizzati come punto d'appoggio per consolidare definitivamente l'egemonia di questo nuovo centro; totalitaria fina al punto di cercare di escludere dal sistema rappresentativo le forze dell'alternativa antiliberista, a cominciare da Rifondazione comunista. Si è determinata una nuova costituzione materiale il cui nucleo sono l'impresa e il mercato, ed essa è fonte di legittimazione per governare e base di esclusione per chi è contro l'egemonia dell'impresa e del mercato. L'emarginazione politica di Rifondazione era uno degli obiettivi politici della controriforma istituzionale e dell'affermarsi del 'maggioritario perfetto' tramite i referendum, sostenuti da Segni, Fini, Occhetto e Veltroni.

La sconfitta dei referendum ha aperto la via per una battaglia per un sistema elettorale proporzionale capace di garantire la rappresentanza e la governabilità: si conferma con forza l'opzione di Rifondazione comunista per il sistema elettorale tedesco, con la clausola di sbarramento al 5% per limitare la frammentazione, e la proposta di mantenere fermo il principio dell'elezione del Presidente del consiglio in Parlamento, introducendo semmai la norma della sfiducia costruttiva. Il rapporto di fiducia tra governo e parlamento rimane per noi uno dei cardini irrinunciabili della democrazia rappresentativa, contro qualsiasi deriva plebiscitaria che veda le elezioni, non come strumento di formazione della rappresentanza, ma come strumento di investitura dei vertici del potere.

Si pone con drammatica urgenza il problema di invertire la rotta rispetto all'involuzione elitista e oligarchica della democrazia. Che il più ricco capitalista, Berlusconi, concorra per l'incarico di Presidente del consiglio dà la misura della gravità della situazione. I ricchi vogliono assumere nuovamente il potere politico nelle loro mani, escludendo tutti coloro che nella e attraverso la democrazia hanno imposto limiti al potere e ottenuto conquiste mediante i movimenti politici, sociali e sindacali: la democrazia è stato il terreno e la via perché le classi sfruttate strappassero conquiste sociali e politiche. D'altra parte anche negli Stati Uniti, faro della 'democrazia' occidentale la scena politica è dominata dalla ricchezza - le ultime elezioni tra Bush e Gore ne sono un esempio. All'orizzonte non c'è una moderna democrazia dei diritti universali, ma lo Stato patrimoniale.

C'è una via a sinistra per contrastare la cosiddetta legge ferrea delle oligarchie e dello Stato dei ricchi?

Non siamo per l'esaltazione dello Stato nazionale: lo Stato è troppo grande per le cose piccole e troppo piccolo per le cose grandi. Per questo siamo convinti assertori dello sviluppo e della democratizzazione dell'Unione Europea, la cui Carta dei diritti, approvata a Nizza, non fa compiere un passo avanti, non solo per i limiti delle sue formulazioni, regressive soprattutto nel campo dei diritti sociali, ma anche perché il tema di fondo è quello dell'elaborazione di una Costituzione europea non decisa dai governi (attraverso trattati e nuove conferenze intergovernative), ma chiamando il Parlamento europeo a varare una proposta di Costituzione da sottoporre ai cittadini europei, che così compirebbero un atto costitutivo del popolo europeo, determinando uno spazio pubblico continentale, garantito e retto da una Costituzione.

L'altra via per combattere le deriva oligarchica, elitista, della democrazia è quella di perseguire lo sviluppo del costituzionalismo democratico, capace di superare una visione dello Stato considerato autonomo e sovraordinato alle relazioni tra le persone. Gli uomini e le donne sono i soggetti reali, che danno vita a un sistema di rapporti sociali, essi ed esse devono essere i e le protagonisti/e. Lo Stato - al pari del capitale - è ostile al diritto e alla democrazia, per questo la storia del costituzionalismo è la storia della limitazione del potere dello Stato: si tratta di compiere un salto verso un 'nuovo costituzionalismo', democratico, che sia capace di rimuovere ogni pratica oppressiva di potere.

Oggi deve continuare, sulla base dei nuovi diritti umani e sociali, l'opera di conformazione dello Stato e del sistema politico al costituzionalismo.

La forma universale, che a essi proviene dalla loro stipulazione universale come diritti fondamentali in norme costituzionali sopraordinate a qualunque potere decisionale, garantisce che essi siano di tutti, siano inalienabili e indisponibili, rappresentando così limiti e vincoli invalicabili di qualsiasi potere, pubblico e privato. I nuovi diritti universali, che garantiscono a ogni persona la libertà dalle miserie e povertà sociali e dall'oppressione politica, non sono più solo formali, ma anche sostanziali perché l'indisponibilità dei diritti vale sia verso la sfera politica sia verso il mercato.

(revisionato il 28 aprile 2001)

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