Le scelte di politica economica assunte nel corso di questi anni, com'è
stato documentato nel capitolo precedente, hanno penalizzato in modo rilevante
gli enti locali, rendendo difficile la stessa gestione di politiche locali
efficaci. E' del tutto evidente che questi indirizzi hanno impattato in modo
particolare sulle città, in quanto luoghi d'eccellenza nel territorio. Il
paradosso che, anzi, si è venuto a determinare sta nel fatto che le città
mentre tendono a divenire i luoghi strategici dell'innovazione, con tutto
ciò che questo comporta in termini di modifica delle loro funzioni economiche
e di riassetto della loro struttura sociale, sono sempre meno in grado di
attuare politiche efficaci per far fronte alle nuove problematiche. Ne deriva
che una politica nazionale di riequilibrio territoriale, di superamento degli
squilibri sociali e di attivazione di nuove opportunità di sviluppo è
seriamente compromessa dall'assenza di un'iniziativa forte dei governi
locali. Occorre pertanto rimettere al centro l'esigenza di una politica per
le città. I cardini di tale politica possono essere cosi sintetizzati.
- Il dispiegarsi di un'iniziativa forte a livello locale implica un
quadro istituzionale equilibrato nel quale ai comuni siano garantite
risorse adeguate (costituite sia da tributi propri, sia da trasferimenti
adeguati), competenze significative (con un forte decentramento delle
funzioni amministrative, in particolare dal livello regionale) e quadri
legislativi di riferimento (per quanto riguarda le scelte politiche
generali e la garanzia di diritti) che consentano ad ogni istituzione
locale di avere analoghe opportunità.
- In questo quadro, va battuta l'attuale impostazione finanziaria (tesa,
da un lato, a ridurre i trasferimenti e, dall'altro, ad accentuare la
pressione fiscale locale) che determinerebbe, come conseguenza, il
rafforzarsi degli elementi di squilibrio fra le città e una tendenziale
riduzione dell'intervento pubblico. Analogamente, va contrastata un'impostazione
federalista che favorendo la affermazione di un neo-centralismo regionale,
da un lato, rischia di impedire l'effettivo decentramento di funzioni
verso i comuni e, dall'altro, di compromettere la certezza di diritti
omogenei sul territorio nazionale, determinando, in tal modo, limitazioni
nella scelta da parte delle comunità locali dei propri percorsi di
sviluppo e favorendo scelte squilibrate sul piano sociale.
- La dimensione locale va valorizzata sempre di più coniugando l'ambito
comunale con quello sovra comunale. Di qui, l'importanza crescente che
dovrebbero assumere i piani territoriali di coordinamento di competenza
provinciale. Di qui, anche, la rilevanza della dimensione metropolitana,
in quanto idonea ad esaltare la programmazione su ampia scala dei processi
di sviluppo e delle attività di servizio, necessaria per consentire il
superamento di squilibri ed inefficienze. In quest'ottica, tuttavia, la
scelta di estendere l'applicazione dello strumento istituzionale
preposto ad ambiti territoriali che non hanno oggettivamente, per
dimensione e configurazione spaziale delle attività e degli insediamenti,
caratteristiche metropolitane va contestato. Questa scelta estensiva è,
infatti, dettata dall'esigenza di gratificare i ceti politici locali
anziché da oggettive necessità sul piano socio-economico.
- In questo quadro, va previsto un piano nazionale di recupero,
riqualificazione e risanamento di alcuni grandi poli urbani, collocati
soprattutto nelle aree del mezzogiorno. Senza la predisposizione di
programmi finanziari rilevanti il degrado in cui versano alcune aree non
può essere superato. Elemento decisivo è rappresentato, in tali
contesti, dal risanamento ambientale, territoriale e produttivo, facendo
fuoriuscire tali realtà da logiche di sviluppo distorto nelle quali la
sistematica cessione di sovranità pubblica nel campo della gestione del
territorio ha consentito il prodursi di modelli di sviluppo basati sull'esaltazione
dell'intervento edilizio, sulla crescita di un terziario scarsamente
innovativo, sulla compromissione dell'ambiente naturale e sull'assenza
di politiche infrastrutturali e di servizi adeguate a sostenere processi
di diversificazione produttiva.
- Più in generale, lo sviluppo delle città implica nell'attuale fase
post fordista la capacità di coniugare l'inserimento di attività
innovative in un contesto capace di valorizzare tutte le risorse
esistenti, determinando un circuito virtuoso dello sviluppo capace di
coinvolgere le piccole attività commerciali e artigianali, le
sopravvivenze del tessuto produttivo industriale e offrendo nuove
opportunità alla crescita del settore turistico. Questo approccio è
antitetico a quanto si sta producendo a livello urbano. Esso implica la
capacità di valorizzazione di un tessuto produttivo complessivo, evitando
la dissoluzione di alcuni settori e richiede una visione multipolare e ed
equilibrata dello sviluppo, integrata su scale territoriali più ampie
- Alla base di quest'impostazione dello sviluppo urbano sta, in primo
luogo, un approccio fondato sulla valorizzazione dell'insieme delle
risorse ambientali e su un'idea forte di programmazione territoriale.
Solo assumendo come centrale la tutela dell'ambiente urbano, risanando i
luoghi degradati (anche periferici), evitando processi di segregazione
spaziale, dilatando l'offerta di servizi sul territorio e combattendo la
speculazione edilizia è possibile mettere a valore le immense risorse
delle città italiane. Tutto ciò, tuttavia, non sarebbe pensabile senza
un recupero pieno dell'idea di programmazione territoriale, superando
pratiche pianificatorie che, in nome della complessità dei processi,
finiscono con l'abdicare ad un'azione incisiva contro la rendita
urbana. Ma anche per questa ragione diviene inderogabile l'approvazione
di un provvedimento legislativo nazionale che regoli l'uso del suolo.
- Senza una valorizzazione sociale è impossibile un percorso di
rigenerazione delle città italiane. La contraddizione maggiore cui si è
assistito in questi anni sta, appunto, nel progressivo esproprio di
funzioni pubbliche in campo sociale e nel loro trasferimento a soggetti
privati. Senza una riappropriazione del pubblico della gestione dei
servizi pubblici e una loro estensione per far fronte ai bisogni legati
alle nuove povertà urbane e alle nuove esclusioni sociali è impossibile
avviare processi di ricostruzione di coesione sociale e creare le premesse
di una riappropriazione collettiva della città. A tal fine, diviene
essenziale impedire l'approvazione nella prossima legislatura di
provvedimenti tesi a favorire la privatizzazione dei servizi a rete,
contrastando inoltre quelli già assunti in tema di servizi sociali. In
quest'ottica, il sostegno dell'associazionismo nelle città e la
costruzione di nuove reti di relazione costituiscono obiettivi essenziali
di una valorizzazione della socialità
- La valorizzazione della socialità non può essere scissa da una precisa
scelta di priorità. Non vi può essere nuova socialità in città sempre
più squilibrate dal punto di vista della disponibilità di reddito e di
qualità della vita. Senza politiche esplicitamente redistributive le
potenzialità sociali non possono esplicarsi. Una politica redistributiva
implica, da un lato, la modifica, già richiamata in precedenza, degli
strumenti impositivi e scelte coerenti in termini di politica tariffaria,
prevedendo quindi non solo una forte progressività sul sistema delle
imposte ma anche forme di salario sociale, consentendo alle fasce sociali
sfavorite di poter beneficiare dell'accesso gratuito dei servizi. Più
in generale, è evidente che la politica dei servizi costituisce l'elemento
strategico per l'attivazione di una politica tesa al superamento degli
squilibri sociali.
- In quest'ottica, il problema di una riforma democratica delle città
è ineludibile. Tale riforma implica il superamento in prospettiva della
sciagurata scelta presidenzialista sancita con la legge 81 del '93. Il
recupero dell'impostazione parlamentare costituisce un obiettivo
essenziale da assumere, come elemento di garanzia per il pieno dispiegarsi
di una dialettica politica nelle istituzioni locali e per il superamento
di impostazioni plebiscitarie che alimentano disaffezione nel corpo
elettorale. Accanto a questo, è decisiva l'attivazione delle forme più
estese di decentramento territoriale delle funzioni e, in particolare,
della gestione diretta delle attività pubbliche. Infine, è esenziale una
svolta in termini di strumenti di partecipazione, per ciò che riguarda
non solo il ruolo degli utenti nelle funzioni di gestione e controllo dei
servizi pubblici, ma anche la possibilità di consultazione generale del
corpo elettorale sulle scelte strategiche dei governi locali, a partire
dalla predisposizione del bilancio.