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Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 3: le nostre proposte
Parte 6: Democrazia e istituzioni
Una politica per le città

Le scelte di politica economica assunte nel corso di questi anni, com'è stato documentato nel capitolo precedente, hanno penalizzato in modo rilevante gli enti locali, rendendo difficile la stessa gestione di politiche locali efficaci. E' del tutto evidente che questi indirizzi hanno impattato in modo particolare sulle città, in quanto luoghi d'eccellenza nel territorio. Il paradosso che, anzi, si è venuto a determinare sta nel fatto che le città mentre tendono a divenire i luoghi strategici dell'innovazione, con tutto ciò che questo comporta in termini di modifica delle loro funzioni economiche e di riassetto della loro struttura sociale, sono sempre meno in grado di attuare politiche efficaci per far fronte alle nuove problematiche. Ne deriva che una politica nazionale di riequilibrio territoriale, di superamento degli squilibri sociali e di attivazione di nuove opportunità di sviluppo è seriamente compromessa dall'assenza di un'iniziativa forte dei governi locali. Occorre pertanto rimettere al centro l'esigenza di una politica per le città. I cardini di tale politica possono essere cosi sintetizzati.

  1. Il dispiegarsi di un'iniziativa forte a livello locale implica un quadro istituzionale equilibrato nel quale ai comuni siano garantite risorse adeguate (costituite sia da tributi propri, sia da trasferimenti adeguati), competenze significative (con un forte decentramento delle funzioni amministrative, in particolare dal livello regionale) e quadri legislativi di riferimento (per quanto riguarda le scelte politiche generali e la garanzia di diritti) che consentano ad ogni istituzione locale di avere analoghe opportunità.
  2. In questo quadro, va battuta l'attuale impostazione finanziaria (tesa, da un lato, a ridurre i trasferimenti e, dall'altro, ad accentuare la pressione fiscale locale) che determinerebbe, come conseguenza, il rafforzarsi degli elementi di squilibrio fra le città e una tendenziale riduzione dell'intervento pubblico. Analogamente, va contrastata un'impostazione federalista che favorendo la affermazione di un neo-centralismo regionale, da un lato, rischia di impedire l'effettivo decentramento di funzioni verso i comuni e, dall'altro, di compromettere la certezza di diritti omogenei sul territorio nazionale, determinando, in tal modo, limitazioni nella scelta da parte delle comunità locali dei propri percorsi di sviluppo e favorendo scelte squilibrate sul piano sociale.
  3. La dimensione locale va valorizzata sempre di più coniugando l'ambito comunale con quello sovra comunale. Di qui, l'importanza crescente che dovrebbero assumere i piani territoriali di coordinamento di competenza provinciale. Di qui, anche, la rilevanza della dimensione metropolitana, in quanto idonea ad esaltare la programmazione su ampia scala dei processi di sviluppo e delle attività di servizio, necessaria per consentire il superamento di squilibri ed inefficienze. In quest'ottica, tuttavia, la scelta di estendere l'applicazione dello strumento istituzionale preposto ad ambiti territoriali che non hanno oggettivamente, per dimensione e configurazione spaziale delle attività e degli insediamenti, caratteristiche metropolitane va contestato. Questa scelta estensiva è, infatti, dettata dall'esigenza di gratificare i ceti politici locali anziché da oggettive necessità sul piano socio-economico.
  4. In questo quadro, va previsto un piano nazionale di recupero, riqualificazione e risanamento di alcuni grandi poli urbani, collocati soprattutto nelle aree del mezzogiorno. Senza la predisposizione di programmi finanziari rilevanti il degrado in cui versano alcune aree non può essere superato. Elemento decisivo è rappresentato, in tali contesti, dal risanamento ambientale, territoriale e produttivo, facendo fuoriuscire tali realtà da logiche di sviluppo distorto nelle quali la sistematica cessione di sovranità pubblica nel campo della gestione del territorio ha consentito il prodursi di modelli di sviluppo basati sull'esaltazione dell'intervento edilizio, sulla crescita di un terziario scarsamente innovativo, sulla compromissione dell'ambiente naturale e sull'assenza di politiche infrastrutturali e di servizi adeguate a sostenere processi di diversificazione produttiva.
  5. Più in generale, lo sviluppo delle città implica nell'attuale fase post fordista la capacità di coniugare l'inserimento di attività innovative in un contesto capace di valorizzare tutte le risorse esistenti, determinando un circuito virtuoso dello sviluppo capace di coinvolgere le piccole attività commerciali e artigianali, le sopravvivenze del tessuto produttivo industriale e offrendo nuove opportunità alla crescita del settore turistico. Questo approccio è antitetico a quanto si sta producendo a livello urbano. Esso implica la capacità di valorizzazione di un tessuto produttivo complessivo, evitando la dissoluzione di alcuni settori e richiede una visione multipolare e ed equilibrata dello sviluppo, integrata su scale territoriali più ampie
  6. Alla base di quest'impostazione dello sviluppo urbano sta, in primo luogo, un approccio fondato sulla valorizzazione dell'insieme delle risorse ambientali e su un'idea forte di programmazione territoriale. Solo assumendo come centrale la tutela dell'ambiente urbano, risanando i luoghi degradati (anche periferici), evitando processi di segregazione spaziale, dilatando l'offerta di servizi sul territorio e combattendo la speculazione edilizia è possibile mettere a valore le immense risorse delle città italiane. Tutto ciò, tuttavia, non sarebbe pensabile senza un recupero pieno dell'idea di programmazione territoriale, superando pratiche pianificatorie che, in nome della complessità dei processi, finiscono con l'abdicare ad un'azione incisiva contro la rendita urbana. Ma anche per questa ragione diviene inderogabile l'approvazione di un provvedimento legislativo nazionale che regoli l'uso del suolo.
  7. Senza una valorizzazione sociale è impossibile un percorso di rigenerazione delle città italiane. La contraddizione maggiore cui si è assistito in questi anni sta, appunto, nel progressivo esproprio di funzioni pubbliche in campo sociale e nel loro trasferimento a soggetti privati. Senza una riappropriazione del pubblico della gestione dei servizi pubblici e una loro estensione per far fronte ai bisogni legati alle nuove povertà urbane e alle nuove esclusioni sociali è impossibile avviare processi di ricostruzione di coesione sociale e creare le premesse di una riappropriazione collettiva della città. A tal fine, diviene essenziale impedire l'approvazione nella prossima legislatura di provvedimenti tesi a favorire la privatizzazione dei servizi a rete, contrastando inoltre quelli già assunti in tema di servizi sociali. In quest'ottica, il sostegno dell'associazionismo nelle città e la costruzione di nuove reti di relazione costituiscono obiettivi essenziali di una valorizzazione della socialità
  8. La valorizzazione della socialità non può essere scissa da una precisa scelta di priorità. Non vi può essere nuova socialità in città sempre più squilibrate dal punto di vista della disponibilità di reddito e di qualità della vita. Senza politiche esplicitamente redistributive le potenzialità sociali non possono esplicarsi. Una politica redistributiva implica, da un lato, la modifica, già richiamata in precedenza, degli strumenti impositivi e scelte coerenti in termini di politica tariffaria, prevedendo quindi non solo una forte progressività sul sistema delle imposte ma anche forme di salario sociale, consentendo alle fasce sociali sfavorite di poter beneficiare dell'accesso gratuito dei servizi. Più in generale, è evidente che la politica dei servizi costituisce l'elemento strategico per l'attivazione di una politica tesa al superamento degli squilibri sociali.
  9. In quest'ottica, il problema di una riforma democratica delle città è ineludibile. Tale riforma implica il superamento in prospettiva della sciagurata scelta presidenzialista sancita con la legge 81 del '93. Il recupero dell'impostazione parlamentare costituisce un obiettivo essenziale da assumere, come elemento di garanzia per il pieno dispiegarsi di una dialettica politica nelle istituzioni locali e per il superamento di impostazioni plebiscitarie che alimentano disaffezione nel corpo elettorale. Accanto a questo, è decisiva l'attivazione delle forme più estese di decentramento territoriale delle funzioni e, in particolare, della gestione diretta delle attività pubbliche. Infine, è esenziale una svolta in termini di strumenti di partecipazione, per ciò che riguarda non solo il ruolo degli utenti nelle funzioni di gestione e controllo dei servizi pubblici, ma anche la possibilità di consultazione generale del corpo elettorale sulle scelte strategiche dei governi locali, a partire dalla predisposizione del bilancio.
(revisionato il 28 aprile 2001)

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