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Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 3: le nostre proposte
Parte 8: L'Italia nel mondo di fronte ai processi della globalizzazione
Un nuovo paradigma di politica macroeconomica a livello europeo

Vi è dunque la necessità di riformare radicalmente l'attuale palinsesto dell'Unione monetaria europea. Obiettivo della riforma è di chiudere con le ossessioni antinflazioniste, con la politica degli alti tassi d'interesse, con il trattamento assolutamente residuale del livello di occupazione; di chiudere insomma con il paradigma neoliberista e con gli interessi che lo sostengono, per aprire un nuovo capitolo della politica dell'Unione, con l'obiettivo prioritario della piena occupazione, liberando altresì nuove risorse pubbliche da destinare allo sviluppo, allo stato sociale ed alla salvaguardia dell'ambiente.

In precedenza abbiamo sostenuto che, data l'assenza di sanzioni formali in difesa dell'obiettivo del pareggio di bilancio fissato dal Patto di Stabilità, l'Italia dovrebbe perseguire una politica di gestione del deficit flessibile, limitata esclusivamente dal vecchio vincolo del 3% in rapporto al Pil (per il quale le procedure sanzionatorie invece esistono). Inoltre, al fine di allentare anche il vincolo del 3% e di intraprendere un primo passo verso la trasformazione del quadro istituzionale europeo, occorrerà sollecitare la Commissione ad ammettere una interpretazione estensiva dell'articolo 104c del Trattato di Amsterdam "…Se uno Stato membro non rispetta i requisiti previsti da uno o entrambi i criteri menzionati [uno dei quali è il rapporto deficit/Pil entro il 3%], la Commissione prepara una relazione. La relazione della Commissione tiene conto anche dell'eventuale differenza tra il disavanzo pubblico e la spesa pubblica per gli investimenti e tiene conto di tutti gli altri fattori significativi…". Art. 104 Trattato di Amsterdam. Come è noto, la relazione menzionata è decisiva poiché essa sancisce l'avvio dell'iter sanzionatorio nei confronti dello Stato che abbia oltrepassato il limite del 3%. L'interpretazione estensiva da noi richiesta dovrebbe implicare l'inclusione dell'andamento del tasso di disoccupazione tra i c.d. fattori significativi.. Ciò consentirebbe ai paesi afflitti da tassi di disoccupazione elevati e/o crescenti di aumentare il deficit pubblico oltre il 3% del Pil senza correre il rischio di esser sottoposti alle procedure di infrazione vigenti. Questa interpretazione estensiva dell'articolo 104 andrà in un secondo momento formalizzata, attraverso l'inclusione del tasso di disoccupazione tra i parametri di politica fiscale dei singoli paesi e la sostituzione del parametro del 3% con un semplice vincolo a tenere decrescente il rapporto debito/Pil per quei paesi che si trovino al di sopra di un dato valore soglia, che non dovrà necessariamente esser fissato sull'attuale 60% Solo per fare un esempio, questo significa che con un debito/Pil al 110% e un tasso di crescita del reddito nominale attorno al 4,5%, l'Italia dovrebbe solo garantire che il deficit/Pil non oltrepassi il 5% per assicurare che il debito continuerà a diminuire, e che non oltrepassi il 2,7% per assicurare che il valore di convergenza corrisponde proprio al 60%. Rispetto al vincolo del deficit zero imposto dal Patto di Stabilità, si tratterebbe in entrambi i casi di migliaia di miliardi di risorse liberate, dai 10.000 ai 60.000 all'anno. .

Naturalmente, la spinta per il cambiamento istituzionale dovrà poi andare oltre, attraverso una piena riforma delle norme inerenti alla politica fiscale e monetaria europea. Si tratterebbe, dal lato delle entrate, di ampliare il budget federale dall'attuale 1,2% al 5% del Pil europeo, tramite maggiore gettito da destinarsi direttamente alla Commissione Ue L'attuale farraginoso sistema di prelievo andrà oltretutto riformato: due delle fonti di gettito per l'Unione, in particolare quella legata al valore aggiunto dei singoli paesi e quella legata al Pil, andranno sostituite con un sistema di imposizione progressivo, basato sul Pil procapite. e la possibilità per la Commissione di incorrere in deficit di bilancio, il tutto su mandato del Parlamento. Una quota di gettito fiscale dovrebbe poi esser destinata alla Banca Europea degli Investimenti, per consentirle di praticare prestiti agevolati per progetti d'interesse collettivo. Dal lato delle uscite, occorrerà affidare alla Commissione, sotto il controllo del Parlamento, il compito di praticare politiche di stabilizzazione e soprattutto di incrementare le spese per lo sviluppo delle aree depresse d'Europa Una condanna senza appello merita a tal proposito la recente decisione, contenuta nel programma di Agenda 2000, di tagliare i fondi strutturali per lo sviluppo da 32 miliardi di euro nel 2000 a 29 miliardi nel 2006.. E' fondamentale sottolineare, a tal proposito, che negli ultimi anni è chiaramente emersa una tendenza alla divaricazione tra zone sviluppate e zone arretrate all'interno dei paesi europei Lo scarto crescente nel Pil procapite tra zone avanzate e meno sviluppate si è verificato non solo tra Nord e Sud Italia, ma anche nel Regno Unito, in Francia, in Spagna, in Irlanda e in generale su tutto il territorio europeo. . Questa tendenza rende evidente l'assoluta necessità di rilanciare un progetto di sviluppo per i vari Mezzogiorni d'Europa, e di contrastare tutti i tentativi di risolvere il problema dell'allargamento ad Est con un trasferimento a costo zero dei fondi strutturali dalle attuali alle future zone obiettivo 1 dell'UnioneI fondi strutturali sono principalmente destinati alle aree caratterizzate da un Pil procapite inferiore al 50% della media Ue. L'ingresso dei paesi dell'Est nell'Unione ridurrà ovviamente la media Ue, e a causa del meccanismo di finanziamento vigente finirà per scalzare il Sud Italia e altre regioni dal gruppo delle zone maggiormente aiutate (le cosiddette zone obiettivo 1). Questa evoluzione perversa delle politiche di convergenza potrà essere evitato solo aumentando significativamente le risorse destinate ai fondi di sviluppo europeo. .

Sul versante della politica monetaria, per garantire il necessario coordinamento macroeconomico con la politica fiscale, occorrerà modificare lo statuto della Banca centrale europea in modo da rendere l'obiettivo dell'occupazione almeno paritario rispetto a quello della stabilità dei prezzi e del cambio; inoltre, si dovrà introdurre un canale istituzionale di collegamento tra i membri del direttorio della Banca e il Parlamento europeo. Al di là delle esigenze di coordinamento macroeconomico, tale riforma in senso democratico della struttura della Banca centrale europea è resa pienamente legittima dal fatto che le decisioni della stessa sui tassi d'interesse incidono non solo sui prezzi e sul Pil, ma anche in misura rilevantissima sulla distribuzione del reddito.

Occorre poi rafforzare gli ambiti di autonomia già riconosciuti alle Banche Centrali Nazionali all'interno del sistema della BCE (attraverso normative nazionali e proposte a livello comunitario) quale elemento atto a garantire un più equo e democratico sviluppo del settore finanziario ed a correggere le distorsioni presenti nei processi di selezione e destinazione del credito. Fondamentale, a tal fine, risulta il mantenimento, il potenziamento ed il riorientamento nel senso delineato delle attività istituzionali tradizionali.

L'intera riforma mira a porre al centro della strategia di politica economica europea l'obiettivo della piena occupazione. Le modalità di conseguimento della stessa risulteranno in piena sintonia con gli equilibri ambientali se la spesa pubblica verrà indirizzata allo sviluppo delle tecnologie pulite, alla promozione di attività estranee alla logica dell'accumulazione, al rilancio delle politiche di riduzione dell'orario. Sul piano della sostenibilità macroeconomica, l'obiettivo del pieno impiego si rivelerà pienamente alla portata dell'Unione, considerata soprattutto la grande autonomia commerciale e finanziaria dell'Europa rispetto al resto del mondo. Un'autonomia che potrà essere ulteriormente rafforzata dall'adozione della Tobin tax, di accordi internazionali sui tassi di cambio e/o di misure di controllo dei movimenti di capitale.

Per quanto attiene alle relazioni esterne dell'Ue nel suo complesso, riteniamo che sia opportuno abbandonare la strada fallimentare del libero scambio, ripristinando accordi preferenziali con le aree più povere del pianeta, a partire dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Precondizione per l'avvio di una nuova fase nei rapporti dell'Ue con i paesi meno avanzati è la cancellazione totale e incondizionata del debito estero, accompagnata da una revisione dei meccanismi di concessione dei crediti e da un aumento consistente dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo. Aumento che potrebbe essere efficacemente finanziato, ancora una volta, dall'introduzione di una tassa sui flussi speculativi di capitale (Tobin tax) e dal ritiro dei finanziamenti europei a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, a partire da quelli destinati all'iniziativa Hipc per i paesi poveri maggiormente indebitati e all'applicazione dei piani di aggiustamento strutturale (chiamati oggi "piani di riduzione della povertà").

In questo nuovo quadro, bisognerà privilegiare gli interventi volti a rafforzare la cooperazione regionale e bilaterale tra i paesi meno avanzati, favorendo interventi di cooperazione orizzontale, in particolare nei settori dell'agricoltura, dell'artigianato e dei servizi, finalizzati al rafforzamento dei sistemi di produzione e dei mercati locali in una prospettiva di sviluppo ambientale e sociale.

In generale, l'intervento dell'Ue deve essere incentrato sul potenziamento dei movimenti sociali locali, per migliorare la loro capacità di orientare le scelte di politica economica e di sviluppo verso il soddisfacimento dei bisogni sociali, lo sviluppo sostenibile e la garanzia dei diritti fondamentali, come il lavoro. A tal fine, tutti i fondi stanziati dall'Unione Europea dovrebbero prevedere, quale parametro per il finanziamento dei progetti o l'aggiudicazione degli appalti, la capacità di creare occupazione ed il rispetto dei diritti del lavoro e sindacali e delle norme relative alla tutela ambientale, sia a livello locale che nel paese di origine dell'impresa che esegue il progetto.

Intendiamo costruire un'Europa solidale, fondata sulla garanzia dei diritti economici, sociali e politici fondamentali, sia al suo interno che nei rapporti con paesi terzi, in un quadro di autonomia rispetto ai modelli di cooperazione di stampo neocoloniale.

Siamo convinti, infatti, che solo un'Europa dotata di un proprio modello sociale autonomo può inaugurare rapporti diversi da quelli vigenti con le altre aree integrate e con singoli paesi terzi, a partire dalla politica commerciale. Crediamo che l'Italia debba avere un ruolo deciso nel dare un corso profondamente diverso al ruolo dell'Unione Europea, sia per quanto attiene ai negoziati multilaterali nell'ambito dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, sia rispetto a quelli bilaterali.

Ci opponiamo a qualunque rilancio dei negoziati volti ad accelerare ulteriormente la liberalizzazione degli scambi nell'ambito dell'Omc. Siamo infatti contrari ad un ulteriore liberalizzazione del commercio internazionale ed occorre innanzitutto procedere ad una radicale riforma istituzionale dell'Omc. Ciò vale soprattutto per i settori dell'agricoltura e dei servizi, la cui apertura nella direzione richiesta dalle multinazionali non potrà che aggravare i divari di sviluppo non solo tra centri e periferie economiche del mondo, ma anche all'interno della stessa Unione Europea. Il riassetto istituzionale dell'Omc deve mirare a ricondurla all'interno del sistema delle Nazioni Unite, subordinando gli accordi conclusi al rispetto dell'intero corpo normativo delle Nazioni Unite, a partire dalle Convenzioni sull'ambiente e sul lavoro. Intendiamo, in ogni caso, operare affinché si proceda alla valutazione dell'impatto degli accordi sin qui conclusi sui paesi delle periferie dell'economia globale, al fine di orientare i nuovi accordi alla soluzione dei divari in termini di accesso ai mercati e di benefici del commercio internazionale. Riteniamo, inoltre, che la regolamentazione del commercio internazionale andrebbe riaffidata all'agenzia specializzata delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (Unctad), il cui ruolo è stato determinante nell'introdurre misure di perequazione nei rapporti economici internazionali.

Spostando l'attenzione dalla scala europea a quella globale, e soprattutto ai rapporti tra centri e periferie dell'economia mondiale, si evincono immediatamente le responsabilità dei paesi più progrediti nei confronti dello sviluppo rallentato e squilibrato che ha contraddistinto le nazioni meno sviluppate nel corso degli ultimi anni. Tra le maggiori responsabilità dei governi dei paesi economicamente avanzati, spicca la disastrosa politica monetaria e finanziaria condotta dalle istituzioni monetarie internazionali nel finanziamento dei paesi poveri (il cosiddetto "aggiustamento strutturale"). Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno infatti operato in modo da aggravare anziché alleviare il disagio dei paesi che, da oltre un ventennio, soffrono dell'onere derivante dall'elevato livello dei tassi d'interesse mondiali, un livello tuttora determinato in gran parte dalle scelte di politica monetaria degli Stati Uniti.

Ad oggi, queste politiche hanno provocato due effetti: da un lato, una divaricazione improvvisa e violenta della forbice distributiva; dall'altro, una discesa spesso incontrollata dell'inflazione che, accrescendo i tassi d'interesse reali, ha finito per accrescere ulteriormente il debito estero dei paesi sottoposti alla presunta "cura" del risanamento. A conti fatti, dunque, le politiche del Fondo Monetario e della Banca Mondiale hanno alimentato il circolo vizioso del debito dei paesi meno sviluppati, riducendone progressivamente l'autonomia politica. Attraverso l'imposizione dei piani di aggiustamento strutturale, le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) hanno ottenuto l'apertura forzata delle economie dei paesi indebitati, favorendo gli interessi delle multinazionali e degli investitori dei paesi ricchi, che hanno tratto enormi profitti dalle privatizzazioni a basso costo dei settori pubblici e dalle esportazioni in mercati non in grado di reggere la concorrenza internazionale.

Siamo fortemente critici dell'operato delle istituzioni finanziarie internazionali, sia per le loro scelte politiche, che per l'assoluta antidemocraticità del processo decisionale interno. L'Italia può e deve giocare un ruolo deciso nella progressiva chiusura di tali istituzioni, verso una radicale riforma dell'ordinamento monetario internazionale, con l'intento prioritario di abbattere i tassi d'interesse sui prestiti, e di accrescere il controllo democratico sulle decisioni relative ai rapporti di economici internazionali. Punto di partenza ineludibile è la totale e incondizionata cancellazione del debito esistente, condizione per ristabilire un grado minimo di equità nei rapporti economici internazionali. La cancellazione andrà gestita in un quadro profondamente diverso, ponendo fine all'attuale sistema di negoziati, che vede il Club di Parigi condurre trattative segrete tra tutti i creditori nei confronti dei singoli debitori. Al contrario, riteniamo che vada costituita una sede di negoziato con la partecipazione paritaria di debitori e creditori in un processo decisionale democratico e trasparente, in costante collegamento con i Parlamenti dei paesi interessati e con le campagne popolari che promuovono la cancellazione del debito.

I paesi poveri dovranno essere appoggiati nel loro sforzo per ottenere un maggiore controllo politico delle variabili macroeconomiche (e in particolare di quelle ad elevato impatto distributivo), quali l'inflazione e il tasso di cambio. A tale scopo, andranno ancora una volta promossi esperimenti di controllo dei movimenti di capitale a breve, per ridurre la minaccia della crisi finanziaria sulle scelte politiche nazionali. La Tobin tax potrà costituire uno dei possibili freni alle fughe di capitale, e potrebbe inoltre assicurare un prelievo internazionale non inferiore ai 1.500 miliardi di dollari all'anno da destinare allo sviluppo delle aree depresse del mondo. La remissione del debito dei paesi più poveri, insomma, non basta. Un progetto generale di riforma monetaria dovrà consistere nell'allargamento dei margini di manovra politica sulle scelte macroeconomiche e finanziarie dei paesi poveri, dopo un ventennio caratterizzato dal drammatico declino delle sovranità politiche nazionali.

Tutto questo non può avvenire se non nel quadro di un percorso di rilancio, riforma e democratizzazione dell'Onu, che comprenda l'abolizione del diritto di veto nell'ambito del Consiglio di Sicurezza e l'eliminazione totale degli embarghi e dei blocchi economici.

All'Onu andrebbe poi trasferita ogni responsabilità di polizia internazionale anche dotandola di un proprio strumento militare permanente costruito ed organizzato al solo scopo di intervenire con finalità di deterrenza ed interposizione per favorire iniziative politico-diplomatiche. Ne consegue, come abbiamo già affermato, la necessità di scioglimento della Nato anche attraverso atti unilaterali di fuoriuscita dell'Italia dall'Alleanza atlantica.

(revisionato il 28 aprile 2001)

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